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Tempa Rossa, si sblocca la raffineria di Taranto. «Ridurremo l’impatto ambientale»

Il Sole 24 ore, 6 maggio 2019, sezione IMPRESA E TERRITORI

Nella raffineria di Taranto, l’Eni manda avanti l’investimento da 300 milioni di euro collegato al giacimento petrolifero di Tempa Rossa, in Basilicata, sbloccato dopo una lunga querelle con gli enti locali, e rafforza le garanzie ambientali a favore della città. L’occasione per fare il punto è data dalla giornata “Energie Aperte” con la quale l’azienda ha mostrato ai cittadini in visita come funziona una raffineria. Un’iniziativa che sarà ripetuta il 9 giugno e il 7 luglio prossimi. I numeri dell’impianto di Taranto, attivo da più di 50 anni, sono: mille addetti, 450 diretti e circa 600 delle imprese terze («che comunque possono crescere nei momenti di particolare impegno come quelli della fermata, in questo caso si arriva sino a 2.000», spiega il direttore di Taranto, Michele Viglianisi), e 5 milioni di tonnellate di greggio.

Inoltre, dichiara Viglianisi, «ogni attività importante, siano il progetto Tempa Rossa, o le fermate generali o, ancora, l’implementazione su scala industriale di test pilota, viene svolta per l’80% per cento da risorse tarantine». Attualmente il greggio che lavora Taranto deriva per la maggior parte dal campo di Viggiano, in Basilicata, e il resto dal mercato estero approvvigionato con navi cisterna. A Taranto affluirà, sempre con lo stesso oleodotto che trasporta il greggio di Viggiano, anche quello di Tempa Rossa. L’arrivo è dato per imminente. «Il nostro obiettivo – spiega Viglianisi – è riceverlo, stoccarlo e spedirlo. Nel caso in cui dovesse essere lavorato all’interno della fabbrica, sostituirebbe, con un guadagno ambientale in termini di trasporto, il greggio che normalmente si acquista con navi cisterna». Continua a leggere

Ilva: dichiarati 3mila esuberi. Ma era tutto previsto dall’accordo

Il Sole 24 ore, 25 settembre 2018, sezione IMPRESA E TERRITORI

Sono circa tremila la gli esuberi strutturali dichiarati da Ilva in amministrazione straordinaria nell’ambito della procedura di licenziamento collettivo avviata in questi giorni a valle dell’accordo sindacale del 6 settembre.

Si tratta di un passaggio tecnico necessario a perfezionare l’ingresso in azienda di ArcelorMittal e attivare lo strumento di incentivazione all’esodo concordato insieme al Mise e ai rappresentanti dei lavoratori.

Nella lettera di avvio della procedura l’azienda ripercorre per sommi capi le cause che hanno portato l’azienda in difficoltà, elencando le contromisure adottate con i diversi decreti adottati dai Governi Letta, Renzi e Gentiloni e riassumendo le principali tappe dell’assegnazione ad ArcelorMittal con la gara e il successivo tavolo sindacale.

L’azienda dettaglia poi i motivi «tecnici, organizzativi e produttivi» che impediscono di adottare misure idonee ad evitare la procedura.

Nella lettera si definiscono infine gli «esuberi strutturali dichiarati» sito per sito, «in ragione – si legge – della cessazione dell’attività produttiva, fatte salve le residue esigenze tecniche connesse all’espletamento delle attività proprie di Ilva in amministrazione straordinaria» (che per ora ha stabilito di avere bisogno di circa 40 addetti) «il ricorso alla cassa integrazione» e alla luce degli incentivi all’esodo. Si tratta di 2.586 lavoratori a Taranto, 467 a Genova, 28 a Novi Ligure, 16 a Marghera. I tempi di attuazione del «programma di riduzione del personale» saranno specificati successivamente.
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