«Mai visto quei soldi testimoni inattendibili»

L’ex sindaco Orsoni ribadisce la sua innocenza: quelle buste sono un’invenzione Presentare ricorso in appello? Sono stanco, non so se ho voglia di ricominciare
La Nuova di Venezia, 23 febbraio 2018, sezione Regione

VENEZIA. «Io quei soldi non li ho mai visti. I giudici hanno creduto a testimoni inattendibili e interessati». L’avvocato Giorgio Orsoni, ex sindaco della città coinvolto nell’inchiesta Mose, commenta così la notizia del deposito delle motivazioni della sentenza. Che spiegano perché il collegio giudicante lo abbia assolto «perché il fatto non costituisce reato» dall’aver preso un finanziamento «in chiaro», cioè regolarmente registrato per la campagna elettorale del 2010. «Non poteva sapere», scrivono i giudici, «la provenienza di quel denaro». Prescritto invece l’altro capo d’accusa. La busta con 250 mila euro ricevuta da Mazzacurati. Secondo i giudici le prove raccolte sarebbero state sufficienti per una condanna. Ma essendo passati sette anni dai fatti (estate 2010), è intervenuta la prescrizione.

Avvocato Orsoni, lei quei soldi li ha presi?
«No, non li ho mai visti. È un’invenzione pura di chi mi accusa».

Ma i giudici hanno creduto ai testimoni.
«Gli unici che mi accusano sono Mazzacurati e Sutto. Gli altri parlano per sentito dire».

Non basta?
«Direi che sono personaggi poco credibili e compromessi, loro sì autori di gravi reati».

Mazzacurati ha confermato le accuse più volte.
«Peccato che non sia mai stato sentito nel processo, non c’è stata alcuna possibilità di contraddittorio. È stato sentito solo dalla Procura, poi se n’è andato in America a casa sua».

E Sutto?
«Un personaggio che già nella prima Repubblica aveva avuto dei problemi. Per un anno ha detto che non sapeva niente. Poi quando ha intravisto la possibilità di uno sconto di pena si è improvvisamente ricordato tutto».

Tra gli elementi di prova anche la cancellazione dal suo telefonino del numero di Sutto, pochi giorni dopo il presunto incontro con lui.
«Anche questa è ridicola. Durante il dibattimento i miei avvocati hanno spiegato che non era certo l’unico numero a essere stato cancellato dall’agenda. Non da me, tra l’altro, ma dalla mia segreteria».

Dunque le prove secondo lei non ci sono.
«Assolutamente, è una grande invenzione».

Farà ricorso in appello?
«I miei avvocati mi dicono che ci sarebbe la possibilità di farlo. Ma sono stanco, non so se ho voglia di ricominciare. Adesso leggerò con attenzione quelle pagine di motivazione. Poi deciderò cosa fare. Non è escluso che possa presentare qualche querela».

Contro chi?
«Beh, contro chi mi accusa di qualcosa che non ho mai fatto. È chiaro che sono stati ritenuti credibili personaggi che hanno invece una credibilità dubbia. E che avevano loro tutto l’interesse a dire che avevano consegnato soldi ad altri».

Perché?
«Ma è chiaro, no? Perché se li erano tenuti loro! Mi pare sia stato dimostrato che Mazzacurati spendeva e spandeva per sé i soldi pubblici della salvaguardia».

L’accusa ipotizza anche che il finanziamento Orsoni non l’abbia impiegato per la campagna elettorale ma tenuto per sé…
«Beh… se li avessi tenuti per me non sarebbe neanche stato reato. All’epoca non ero nulla, dunque non si trattava di finanziamento illecito».

Un danno alla città, aveva detto il giorno dopo la sentenza.
«Di questo parleremo con calma. Adesso bisogna chiudere la fase giudiziaria».
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