Su Porto Marghera il sindaco Brugnaro lancia solo slogan»

Intervista all’architetto Alberto Bernstein (ex Consorzio) «I venti favorevoli non bastano se non si sa dove andare»
La Nuova di Venezia, 4 febbraio 2018, sezione Cronaca

MARGHERA. «Lanciare slogan, aprire le braccia e sottoscrivere continuamente accordi di programma che puntualmente non vengono rispettati, non basta a convincere gli investitori a venire a Porto Marghera». Ne è più che convinto l’architetto Alberto Bernstein che ha lavorato al Consorzio Venezia Nuova dal 1988 al 2011, prima come assistente dell’ex presidente Zanda e poi come responsabile del servizio ambiente. Da qualche anno è in pensione ma è sempre impegnato sui grandi temi legati a Porto Marghera «in grande libertà».

Pochi giorni fa il sindaco e il ministro Galletti hanno sottoscritto la Convenzione per la cabina di regia per il sito di interesse nazionale (Sin) di Porto Marghera, dicendo che il vento sta cambiando. Sarà vero?
«Ammesso che ora ci siano, i venti favorevoli non bastano se non si sa dove andare. Purtroppo a Porto Marghera si tracciano rotte ma la nave resta in porto con le vele ammainate. Sul sito della Regione ci sono almeno quindici accordi per la bonifica e la riconversione sottoscritti dopo il protocollo per la chimica del 1999. Malgrado ciò a Porto Marghera ci sono almeno 800 ettari di aree inutilizzate e inquinate di cui non si sa ancora cosa farsene, nonostante esistano grandi sinergie da sviluppare tra industrie e porto».

Però Confindustria e sindaco di Venezia dicono che la colpa era delle complesse procedure di autorizzazione e dell’incertezza sui costi di intervento?
«Le bonifiche dei suoli oggi sono ora molto più facili, anche per l’evoluzione delle norme. Si è abbandonata l’idea che queste dovessero ripristinare lo stato “precedente” e si è passati a una logica di compatibilizzazione tra uso delle aree e stato di contaminazione dei suoli e delle falde. Le opere per il riutilizzo delle aree possono essere parti delle opere di messa in sicurezza. I costi adesso sono, spesso, un decimo di quelli dei primi anni duemila e le incertezze procedurali sui progetti di bonifica e i tempi sono stati fortemente ridotti».

Eppure, gran parte delle aree dismesse non riutilizzate?
«È vero e dobbiamo chiederci il perché. Forse la domanda di grandi aree per grandi investimenti non c’è più in un Veneto pieno di capannoni chiusi e aree abbandonate, oppure non trova le infrastrutture che cerca. La logistica ha bisogno non solo di banchine e canali portuali ma di collegamenti ferroviari e stradali efficienti. È impensabile che grandi aree dismesse sono ancora percorse da condotte che collegano fra loro serbatoi, pontili e moduli produttivi, impedendo, come nel caso delle aree ex Vinyls, l’uso portuale delle sponde del canale Sud».

È stata imboccata una strada senza via d’uscita?
«Una via d’uscita potrebbe esserci una volta completati la muraglia di marginamento del Sin e il sistema di gestioni delle acque di falda e di dilavamento dei suoli inquinati affidati a Sifa. Bisognerebbe anche potenziare l’Agenzia per lo Sviluppo creata dal sindaco ma lasciata senza poteri di programmazione e senza uno scenario di riferimenti non rigidi ma che diano indirizzi in sintonia con quanto è già previsto dal Pat. Bisogna, inoltre, evitare conflitti fra i progetti di rilancio, in modo che i progetti si aiutino vicendevolmente e non si ostacolino l’un l’altro. Ad esempio collocare il terminal gasiero in adiacenza a quello petrolifero di Decal è ragionevole. Meno la proposta di realizzare un nuovo terminal crociere in Prima Zona Industriale che confligge con la ripresa della produzione di vetro della Pilkington».

E l’area dei Pili a cui domani è dedicato un consiglio comunale straordinario?
«Per poter discutere di una sua valorizzazione, necessaria a coprire i costi della bonifica, dovremmo avere un quadro esatto del suo stato di inquinamento. Questo non è stato fatto dall’attuale proprietà, anche se sono passati 12 anni. Solo dopo potremmo ragionare su come fare le strutture di interscambio tra terraferma e centro storico di cui parlano i piani urbanistici».

Per attrarre nuovi investitori che si dovrebbe davvero fare?
«Bisogna andare a cercare le imprese, in Europa e nel mondo, non aspettare che vengano a bussare alla porta non funziona. Ma a queste bisogna fare delle offerte alettanti. Non solo aree e procedure di bonifica ragionevoli. Bisogna offrire infrastrutture efficienti e un contesto insediativo allettante. Non posso pensare che un’impresa di Industria 4. 0 venga a insediarsi tra ettari ed ettari di macerie e rottami degli stabilimenti dismessi e abbandonati. Tuttavia, difficilmente troveremo nel giro di pochi anni nuove attività che rivitalizzino i quasi mille ettari dismessi da anni in cerca di futuro. Mentre ci battiamo eroicamente per rilanciare Porto Marghera, dobbiamo realisticamente preparare e discutere con tutti un “Piano B” per le aree che resteranno orfane. Non possono essere dei non luoghi invasi da ruderi ed erbacce cintati da reticolati. Magari pensare ad una Porto Marghera verde su buona parte delle aree dismesse potrebbe servire a valorizzare le aree restanti».

E i 107 ettari di aree dismesse che Eni vorrebbe cedere alla società creata dal Comune, con tanto di dotazione di 38 milioni per bonificarle, aspettano da quattro anni il rogito?
«Potrebbe essere un’opportunità. Offendo agli investitori alcune aree pronte, e tenendo le altre in sospeso, si potrebbe finalmente saper quanto valgono le bonificate aree a Marghera e progettare su questa base gli altri interventi».
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